15 dicembre 2010

In cammino verso l’energia distribuita. Intervista a Jeremy Rifkin

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Attivista, visionario, vegetariano, consigliere di ministri e capi di governo, saggista di successo su temi d’urgenza ambientale come l’idrogeno

In cammino verso l’energia distribuita. Intervista a Jeremy Rifkin

 

D) Prof. Rifkin, potrebbe introdurci la sua idea sull’energia distribuita e la “terza rivoluzione industriale”.

R) Oggi abbiamo un’opportunità di andare oltre i paradigmi precedenti, di avviare una terza rivoluzione industriale: passare dalla comunicazione distributiva all’energia distribuita, arrivare a un nuovo modello economico collaborativo di società, in cui ognuno ha la responsabilità di creare la propria energia e distribuirla attraverso un sistema simile a quello già esistente per lo scambio di informazioni su internet. Dalla teoria alla pratica la strada è lunga e dobbiamo impegnarci, ma le trasformazioni del passato sono avvenute rapidamente. Nella prima rivoluzione industriale, del secolo scorso, un ruolo importante hanno avuto le nuove comunicazioni, i treni, le scuole, le infrastrutture. Nella seconda, abbiamo avuto il telefono, insieme all’utilizzo delle fonti fossili. Adesso abbiamo un nuovo modello comunicativo. Nel 2025 potremo già essere a metà strada e per il 2050 dovremmo aver superato completamente il vecchio modello energetico con a un modello economico completamente diverso, distribuito, collaborativo. Certo, non so se arriveremo là: dipende dalla leadership politica e dalle nostre scelte. Siamo liberi di scegliere.

D) Cosa bisogna fare, in concreto, per arrivare a questo traguardo?

R) Per arrivare al risultato sono necessari cinque pilastri, cinque fondamenta: il primo è la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile. Il secondo, fondamentale, pilastro è la conversione delle abitazioni in unità di produzione di energia, attraverso, ad esempio, tetti fotovoltaici o energia da minieolico. Inoltre, è necessario trovare nuove modalità per stoccare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili e trasformare la rete elettrica in un modello simile a internet, peer-to-peer, distribuito. Infine, dobbiamo sviluppare le tecnologie plug-in: come le auto elettriche, ricaricabili. Per rendere la rivoluzione energetica possibile, tutti questi pilastri devono svilupparsi allo stesso tempo: se solo uno non si realizzerà non ci saranno le basi della trasformazione al nuovo modello.

D) Crede che l’energia nucleare possa avere un ruolo nella rivoluzione energetica?

R) Beh, posso dire che dal punto di vista economico il nucleare non potrà decollare. L’industria del nucleare afferma di essere parte della soluzione per creare un mondo low-carbon, perché non emette CO2. Ma vediamo i numeri: ci sono 400 impianti di energia nucleare nel mondo, sono molto vecchi e insieme producono il 5% del mix energetico mondiale: hanno un impatto minimo sulla riduzione dei gas serra. Se volessimo produrre il 20% dell’energia da fonte nucleare, questo significherebbe costruire 3 nuove centrali al mese per 16 anni. Questo non succederà, non ci sono i soldi. Credo che saranno costruite alcune, poche, costose nuove centrali, ma sarei sorpreso se tutta la capacità produttiva nucleare fosse rimpiazzata. Dal punto di vista finanziario, non c’è un nuovo inizio al nucleare: anche i governi favorevoli alla tecnologia nucleare, non sono disposti a finanziarlo. Tutto questo senza considerare i costi per stoccare le scorie radioattive per migliaia di anni, il crescente costo dell’uranio impoverito, la necessità dell’utilizzo di enormi quantità di acqua. Non ci sarà una rinascita nucleare, queste sono le ragioni. Perciò non spendo molto tempo sull’energia nucleare, non vi è ragione. Immagino invece una nuova generazione, che nel 2050 avrà la mia età, che andrà in rete per condividere informazioni ed energia. Pensate che prenderanno l’energia da impianti nucleari del secolo precedente, centralizzati? Una tecnologia centralizzata con un’energia centralizzata? Ci stiamo spostando verso un nuovo modello, con una produzione di energia distribuita.

D) Nel suo nuovo libro, La civiltà dell’empatia, parla di una natura umana empatica. Come ha sviluppato la sua teoria e come questa cambia la natura del rapporto uomo-ambiente?

R) Sei anni fa ho cominciato a riflettere sulla nostra civilizzazione e sulla nostra storia. Nella prima rivoluzione industriale la cultura illuminista era molto compatibile con il capitalismo. Fino ad allora, il pensiero sulla natura umana era di esclusiva proprietà della Chiesa, che era molto chiara: nasciamo nel peccato. Gli illuministi, John Locke, Adam Smith hanno cambiato l’equazione: hanno suggerito che gli uomini siano nati con la propensione a lavorare per acquistare proprietà. Utilitarismo, razionalismo, competizione come driver del comportamento umano. Questo ha influenzato la società. Ma se tutto questo è vero, se la nostra natura è razionale, calcolatrice e utilitarista, perché siamo attaccati alle nostre famiglie, ai nostri affetti? Negli ultimi anni nuove discipline stanno studiando i comportamenti sociali. La maggiore scoperta è stata fatta qui in Italia, a Parma, dove alcuni ricercatori hanno scoperto che abbiamo dei meccanismi di reazione di diverso tipo, che ci consentono di “sentire” gli altri: se un serpente è sul tuo braccio, ho una sensazione; se vedo qualcuno che riceve un pugno, mi sembra quasi che stiano picchiando me. Gli animali non hanno queste reazioni. Inoltre sappiamo che i bambini nascono con la necessità di affetto, siamo creature sociali. Se guardiamo alla storia della civilizzazione, vediamo che gli eventi riportati sono solo quelli negativi: guerre, conquiste, distruzioni. Perché? Perché sono eventi straordinari, da ricordare. Ma non saremmo arrivati fino ad adesso se questo fosse tutto, c’è anche un’altra storia. Come disse Friedrich Hegel “la felicità è nelle pagine bianche della storia”. I periodi di armonia. Con la trasformazione delle comunicazioni, internet, assistiamo alla creazione di una nuova coscienza globale, di individui. La coscienza globale si modifica velocemente quando la comunicazione e le informazioni cambiano. Dalla percezione dei soli rapporti familiari, siamo passati all’appartenenza religiosa, di nazione, che fa chiamare gli altri “fratelli e sorelle”. Le nazioni sono un’invenzione che ci danno un’appartenenza. Internet sta rivoluzionando tutto questo, creando una coscienza globale. Oggi i bambini imparano nelle scuole quale è il proprio impatto sull’ambiente. Gli stessi bambini che sono nati nell’era dell’internet e che danno per scontata la possibilità di avere informazioni sui bambini che vivono dall’altra parte del mondo e perfino di parlarci. Questo crea un nuovo tipo di coscienza non solo verso altri, ma anche verso la nostra percezione dell’ambiente.

Articolo tratto da greenews.info

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